Something new is in the Air

4 Febbraio 2008. Vigilia di Super Duper Tuesday. Ero qui a Boston assieme ad altre 15,000 persone che, ordinatamente, due a due, facevano la coda nel buio di una notte tipicamente gelida, sbattuti dal vento Atlantico, a poche decine di metri dal porto. Una coda enorme, mai vista se non per una partita dei Red Sox o dei New England Patriots, che si snodava per chilometri fuori dal World Trade Center cittadino, attorno a decine di isolati fino al centro della citta’. Una coda festosa di liberals, donne, uomidi e bambini, bianchi, latinos, asiatici, e neri, vecchi democratici, pure qualche socialista, qualche libertarian un po’ pazzoide, qualche repubblicano curioso, tante famiglie, tanti gruppi di amici dell’ufficio, tanti professionisti appena scappati dall’ufficio del financial district, ma soprattutto migliaia, migliaia, migliaia di studenti universitari provenienti dai 40 colleges che arricchiscono Boston e la rendono unica in America.

L’unica ragione di tutta questa kermess? Barak Obam avrebbe parlato entro alcune ore. Li’, in fila con i miei amici, tra una discussione ed un sorso di caffe’ caldo ho allora ripensato a quando tutto questo comincio’.

Erano quasi quattro anni fa, durante una umida sera d’estate nello stato dell’Ohio dove allora abitavo. La Democratic National Convention era in corso a Boston, ed io me la guardavo in TV sul mio divano con in mano una Pale Ale ghiacciata senza trope aspettative di novita’ o colpi di scena. John Kerry era il candidato del Partito Democratico e l’allegra festa della nomination era in corso. Il keynote speaker era un giovane afroamericano, alto, magro, gran sorriso, gia’ senatore nello stato di Illinois dal 1996, ma nuovo nella scena nazionale. Nello Stato di Illinois era in corso una accesa campagna per il seggio senatoriale nazionale, e lui era l’underdog, lo sfavorito. Kerry penso’ bene di lanciarlo, un po’ perche’ il senato Americano aveva bisogno di una iniezione di seggi democratici in swing states come Illinois. Un po’ perche’ questo “skinny kid with a funny name” con un degree ad Harvard Law School, primo editore nero dell’Harvard Law Review nei 104 anni della sua storia, si era gia’ fatto un nome a Chicago per la sua oratoria e capacita di mobilitare le passioni politiche e civili. E di passione la opaca campagna di Kerry aveva decisamente bisogno al tempo. Con un soul come musica di fondo ecco questo uomo di 40 anni dagli occhi luminosissimi che comincia a parlare dal podio, in mezzo al rosso, bianco e blu della platea.

E la vita mia e come quella di milioni di americani cambio’ quella sera.

Io come altri vedemmo per la prima volta nella nostra vita un leader naturale, capii in un istante l’emozione e l’ispirazione che milioni sperimentarono in anni lontani ascoltando John F. Kennedy, Martin Luter King o perche’ no, Malcom X e pure Ronald Reagan. “Natural Born Leaders”, qualcosa che non si impara, qualcosa con cui si nasce. Persone come questa emergono nella scena nazionale una volta in una generazione. E’ difficile spiegarlo a chi non lo abbia sperimentato. Nessun politico mi aveva mai dato I brividi . Vidi, in poche parole il primo Presidente afroamericano degli Stati Uniti.

La storia di Barak Obama e’ la storia Americana, la storia di un paese dai grandi contrasti e dalle grandi possibilita’, la storia di immigrati (il 18% della popolazione e’ nata altrove), la storia dei diritti civili, la storia di miracoli semplici (una educazione, una famiglia, una pensione serena), di piccoli sogni che insieme si sommano creando l’esperienza americana. Ma e’ anche la storia di un outsider, da poco a Washington, non ancora smaliziato dalla retorica politica nazionale, che ancora chiama pane, pane e vino, vino.

E’ la storia di una speranza. Di un’America che sa regalare sogni. Che permette ad un ragazzino nero, un po’ rachitico, dal nome buffo, con il padre immigrato keniota e la madre Bianca del Kansas, venendo quasi dal nulla e da condizioni economiche precarie, di studiare legge ad Harvard, diventare senatore, e (il sogno e’ sempre piu’ vicino ad avverarsi) Presidente della nazione. “We can do it” e’ il motto della sua campagna. Possiamo farlo, possiamo cambiare, possiamo zittire i cinici e restituire il sogno Americano agli americani prima di tutto ed anche al mondo. Di restituire il buon senso nella conduzione degli affair pubblici, superando barriere ideologiche che bloccano il parlamento e l’azione politica. Per chiudere con la presente amministrazione, le sue violazione dei diritti civili, la sua arroganza, le sue mezze verita’.

Questo e’ il messaggio di Obama. Questa speranza muove 15000 persone ad affrontare 15 gradi sotto zero per cinque ore.

Questa l’energia e l’ispirazione che manca alla campagna di Hillary Clinton, una donna preparatissima, uno tra i primi cento avvocati d’America, tough, dura, come dicono qui, con programmi sostanzialmente sovrapponibili a Barak Obama, ma priva della stessa capacita’ di mobilitare e attrarre indipendenti ed anche repubblicani moderati. Un bersaglio facile per i repubblicani il prossimo Novembre.

Ora Obama ha ancora molti ostacoli interni ed esterni. Dovra’ far breccia nelle menti e nel cuore della base elettorale della Clinton, le teste d’uovo del partito democratico, i vecchi democratici storici, gli operai delle zone industriali del MidWest, le donne di mezza eta’, i pensionati, i Baby Boomers, la generazione nata negli anni 40 e 50 e i latinoamericani di recente ingresso nel paese. Due stati chiave, Ohio e Texas, saranno decisivi per la battaglia tra Obama e Hillary Clinton. Uno scenario terribile e suicida pero’ aleggia sul campo democratico: la prospettiva potenziale che la nomination venga decisa alla convention in qualche stanza mettendo in campo i cosiddetti “superdelegates”, spesso membri eletti del partito, insiders che propendono per Hillary. Sarebbe uno schiaffo a quei 15,000 di Boston ed ai milioni che in giro per il Paese rivotano per la prima volta dopo anni di apatia e lo fanno votando Obama. Sarebbe un suicidio. Ma la dirigenza Democratica lo sa e non credo lo permettera’.

E li c’e’ una lezione anche per Veltroni ed il Partito Democratico: Walter, non lasciare il vecchio apparato di DS e Margherita colonizzare il partito e le prossime liste elettorali in modo esclusivo. Apriti al nuovo, apriti a nuove esperienze, sfrutta il patrimonio enorme di energie di giovani e di professionistii che l’Italia ha, all’interno della Penisola ed all’estero. Non lasciar andar deluse quelle nuove, enormi, energie che nei mesi scorsi pur non riconscendosi nei vecchi apparati hanno visto nel PD qualcosa di nuovo nell’aria stantia italiana.

Si puo’ fare. M.M.

(Pubblicato su Notizie-Numero Zero, n.4- Febbraio 2008)

 

 

 

Links:

Obama alla Democration Convention del 2004 a Boston (Parte 2)

Discorsi di Obama durante la sua tenure come senatore

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1 commento

  1. ho desiderato condividere questo bell’intervento
    http://pdobama.ning.com/profiles/blog/show?id=2003916%3ABlogPost%3A2076

    🙂 ci


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